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Brescia, 10-12-2018      

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[01-11-2005] "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico..."


Sappiamo cosa successe a quell’uomo. Già il percorso era lungo e impegnativo (Gerusalemme, 740 metri sopra il livello del mare, e Gerico, 350 metri sotto) e quel giorno, quell’uomo, incappò in una banda di malintenzionati che lo percossero, lo spogliarono, lo derubarono e lo abbandonarono mezzo morto a lato della strada.
E’ un simbolo; a tutti gli uomini – a chi prima e a chi dopo (a molti, purtroppo, sempre), a chi più e a chi meno, capita di cadere in stato di estrema debolezza e necessità. Non a tutti insieme, però, e nemmeno nella stessa misura, tanto che per uno che soffre altri sono, o sarebbero, in grado di aiutare, purché le “antenne” siano debitamente orientate.
Gesù usa moltissimo il linguaggio simbolico, sempre nelle parabole, ma anche in altre occasioni, o come in celebri battute che non mancano di inquietarci. Come quella dell’estrema difficoltà per i “ricchi” di entrare nel Regno dei cieli (il cammello e la cruna dell’ago…), mentre nello stesso Regno – ricorda a tutti noi, poveri e ricchi – “i ladri e le prostitute vi precederanno”.
Spesso (o sempre?) nel Vangelo i “galantuomini” fanno pessime figure; per esempio – torniamo al nostro sfortunato amico in viaggio per Gerico – “passò di lì un sacerdote” (addirittura!).. “passò di lì un levita” (idem)…”e passarono oltre”. Un samaritano (ovvero un poco di buono nell’ottica dei giudei che stavano ascoltando Gesù) invece si fermò e si prese cura del ferito.
E’ anche, questo, un evidente invito ad andare al di là delle apparenze, dato che Dio non usa il nostro metro, arrivando perfino – tanto per dirne una – al comportamento antisindacale e riconoscendo la stessa paga a chi ha lavorato tutto il giorno nella vigna e a chi vi è stato chiamato gli ultimi minuti. Ma lui è Dio ed, evidentemente, sa quello che fa.
Non è detto perciò che chi agli occhi di tutti è un galantuomo sia migliore di una persona di dubbia reputazione. Non è detto nemmeno il contrario. Il samaritano poteva essere in realtà un poco di buono, ma quel che importa è che “ha avuto compassione”. Altrettanto poteva essere per il “povero cristo” malmenato e sanguinante, ma quel che importa è che “aveva bisogno”.
Chiudendo il discorso col suo anonimo interlocutore, Gesù dice “Va, e anche tu fa lo stesso” riferendosi al comportamento del samaritano.
Siamo quelli che siamo. Siamo forse migliori degli altri, dei nostri beneficati? Non è detto, e comunque è meglio non pensarlo, cercando di “avere compassione” e di raccogliere con i nostri limiti (sicuramente gli stessi del samaritano) quell’invito “Va, e anche tu fa lo stesso”.
Dal canto nostro, forse possiamo considerare una “fortuna” il fatto di poter operare, generalmente, per dei “lontani” (geograficamente). Abbiamo tutti, infatti, coscienza ed esperienza di come – a volte – un rapporto immediato e diretto con le aspettative delle persone destinatarie della nostra opera possa anche risultare difficile e impegnativo, quando non addirittura fonte di incomprensione.

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